L’energia non è una metafora motivazionale ma una risorsa reale. Serve a desiderare, scegliere, pensare e amare. Come ogni energia non è infinita: ha una sua durata, può essere esaurita e va anche ricaricata. Nonostante questa verità, che sembra quasi banale da leggere, nel mio lavoro di psicologa e sessuologa incontro spesso persone che vivono relazioni a saldo energetico negativo.
Di cosa si tratta? Sono rapporti non esplosivi o esplodenti, che non fanno rumore, quindi non sembrano “tossici” … eppure, giorno dopo giorno consumano.
Possono avere varia natura: relazioni amicali, affettive o professionali che sembrano funzionare, ma solo ad un’unica condizione, che tu continui a sostenerle. Se smetti di farlo, si fermano. In questo senso funzionano, sì, ma a senso unico: fanno continui prelievi, mai versamenti.
Un po’ come la famosa rana nella pentola: l’acqua è tiepida, ci si abitua, sembra persino confortevole. Finché, senza accorgersene, la temperatura sale. E il corpo resta lì, immobile, adattato. A caro prezzo.
Dalle vostre storie…
Barbara, 40 anni. Manager competente, efficiente, brillante. Nella vita privata è sempre disponibile: per l’amica che chiede di più, la madre che pretende, l’ex marito che non ha mai davvero chiuso. Barbara pensa di avere valore in funzione dell’aiuto che dà agli altri, ma non protegge la propria energia.
Elisa, 35 anni. Cinque anni fa un colpo di fulmine, le promesse, il futuro immaginato. Oggi la relazione vive di attesa: lui è sposato, lei comprende. Gli incontri sono solo perlopiù fisici, le decisioni sempre rimandate. Elisa non è più ferita. È stanca. Consumata dall’attesa.
Luigi, 50 anni. Da decenni ascolta una moglie centrata solo su di sé: lamentele, confronti, insoddisfazione cronica. Lo spazio per il desiderio e l’intimità è da tempo esaurito. Ci sono solo le parole, di lei, che riempiono ogni spazio. Luigi nemmeno litiga. Si sente vuoto.
Marisa, 75 anni. Vedova, vive una solitudine fatta di attesa, una telefonata dai figli, un invito, un segno dai nipoti per i quali ha sempre un’attenzione, un dono, un pensiero. Loro, noncuranti, perseverano nel silenzio. Marisa non si lamenta. Continua ad aspettare.
Storie diverse, stesso denominatore: relazioni che non feriscono, ma logorano. Non c’è abuso, non c’è violenza, non c’è una tossicità evidente. L’altro non è un “mostro”, non è un narcisista maligno, non manipola in modo plateale. È questo che rallenta la comprensione, che rende più difficoltoso accorgersi di quanto sta accadendo.
Il problema non è l’altro, ma quello che ti accade all’interno di una relazione che consuma.
Perché le relazioni che svuotano tendono a non fare rumore, spesso non ci sono né urla né offese, o altri segni palesi che siano “sbagliate”, lasciamo solo un “sintomo” addosso, dopo gli incontri o le chiamate o i messaggi o le aspettative: sei più stanca di prima.
Come se qualcuno ti avesse abbassato la luce interiore. Queste persone tendono a:
– avere sempre una crisi, ma mai lo spazio per ascoltare le tue;
– farti solo una “chiamata veloce” che durerà 40 minuti parlando solo di sé;
– trasformare ogni tuo successo in una colpa;
-vivere di lamentele, urgenze imposte (a te, senza chiederti se tu abbia modo e tempo di dedicarti alle loro, all’ultimo minuto ma con scadenza immediata), bisogni perenni.
Con loro accade sempre la stessa cosa: dai più di quanto ricevi. E quando provi a smettere, arrivano (e/o ti inducono) il senso di colpa, il fastidio, la paura di essere egoista. Non perché sei debole. Ma perché sei empatica. Queste dinamiche possono creare una forma più o meno sottile di codipendenza: restare in una relazione scomoda spaventa meno del vuoto dell’incertezza. Meglio il dolore noto, anche se il prezzo è alto, che un ignoto silenzio, uno spazio vuoto, senza loro, dove potrai e dovrai prenderti cura di te.
Decalogo per riconoscere le relazioni a saldo energetico negativo (e uscirne)
- Se dopo aver visto o sentito qualcuno ti senti stanca, ascoltati: il corpo non mente.
- Capire l’altro non significa rinunciare a te.
- Osserva lo scambio: quanto dai? quanto ricevi? E (cosa non da poco) cosa ricevi?
- Ascoltare qualcuno non significa doversi poi far carico dei suoi problemi.
- Dove non c’è reciprocità, c’è consumo unilaterale.
- Mettere confini non è egoismo, è igiene emotiva, è rispetto di sé.
- Impara a dire “ora no” senza spiegazioni infinite.
- Riduci l’esposizione: meno tempo, meno messaggi, meno accesso.
- Smetti di essere la batteria emotiva degli altri.
- Una relazione sana non ti spegne: ti ricarica.
Il senso di colpa passa, l’esaurimento resta, e se lo ignori il dazio (fisico ed emotivo) rischia di essere molto alto. Chiedere aiuto psicologico è importante quando il malessere diventa pervasivo e continuo. Non per “colpevolizzare” qualcuno, ma per tornare a sentire dove finisci tu e dove iniziano gli altri. Perché una relazione, di qualsiasi natura, non dovrebbe avere un costo emotivo, dovrebbe nutrire la tua persona, non affamarla.



